25° di missione di fr. Italo Bono
Caro fr. Italo, dopo 25 anni nella missione di Brazzaville, facciamo qualche passo indietro nei tuoi ricordi, magari anche dei primi anni: quando eri frate giovane in formazione, avevi già questa idea della missione o è arrivata dopo?
Il mio primo ricordo della missione è proprio stato all’inizio della mia vocazione francescana. Quando ero in postulandato, il Maestro mi mandò in Tanzania con il gruppo missionario di Cermenate. Ho così visto delle altre realtà, ho conosciuto delle persone, soprattutto le suore, alcune suore molto in gamba che mi hanno marcato, mi hanno lasciato il segno: avevano un ospedale per bambini denutriti. Dopo la formazione iniziale, quando sono stato mandato a Monza, ho chiesto al Provinciale di farmi fare un’altra esperienza missionaria, per due mesi: era proprio il 2000, marzo e aprile. All’epoca, in Congo, avevamo solo due comunità: a Bungi e Makoua. Poi sono ritornato, ho parlato al Provinciale di questa esperienza positiva e lui mi ha lasciato partire per un corso di francese in Belgio, due mesi. Sono partito per la missione l’8 di dicembre, proprio il giorno dell’Immacolata. Ho fatto i miei primi due anni a Bungi, che era casa di postulandato; le vocazioni congolesi sono arrivate presto, quando sono arrivato io c’erano già i postulanti.
Eravate ancora tutti frati missionari italiani all’epoca: c’erano tutte le Province d’Italia?
C’erano tre frati da Assisi, uno della Calabria e uno da Roma. Vivevano in una vecchia missione delle suore francescane missionarie di Maria, lì a Bungi; a Makoua invece era una parrocchia già costruita dai padri Spiritani francesi, che gli italiani avevano preso nel ‘90 o nel ’91. Al tempo erano due missioni ben immerse nella foresta, Bungi più nella savana, ma comunque arrivarci non era facile: Makoua era come fare il safari! Io preferisco oggi, assolutamente. Avendo vissuto le difficoltà del passato, si apprezzano i miglioramenti.
E fr. Angelo Redaelli, visto che quest’anno si parla molto anche di lui, nei 20 anni dalla morte, lui è arrivato nel 2003?
Angelo è venuto nel 2003 in visita con il Provinciale; avevano visitato i frati che erano in vari Paesi dell’Africa orientale e poi vennero lì da me. Ad Angelo questa missione è piaciuta subito e ha poi deciso di venire nel 2004; prima di venire fu mandato a Bruxelles per il corso di preparazione. È arrivato un anno prima di essere ucciso. Noi nel frattempo, nel 2004, avevamo aperto la casa per i bambini di strada: due o tre giorni ciascuno dormivamo in questa casa con i volontari che c’erano allora. Poi in agosto del 2005 ci sono state delle ordinazioni di alcuni frati e Angelo è andato con altri confratelli e suore. In quel malaugurato incidente in cui è rimasta uccisa una bambina era lui alla guida. Ricordo che quando la notizia ha cominciato ad arrivare eravamo tutti confusi e sconvolti da questa notizia. Al tempo il telefono non funzionava bene: alla fine abbiamo saputo che era stato ucciso perché aveva voluto scendere dall’auto per soccorrere la bambina.
E poi, gli anni sono passati, pian piano i missionari italiani si sono ritirati e sei rimasto solo tu. Come ti vedono i frati locali?
Sì, sono rimasto solo io. Io stavo a Makoua, e mi occupavo del centro di formazione professionale e artigianale, con la falegnameria. Poi mi hanno mandato ancora a Brazzaville, per occuparmi della casa dei ragazzi. I frati africani mi vedono come il “vecchio” e l’anziano è rispettato; ma in generale non ho mai avuto problemi nelle varie Fraternità in cui sono stato. La difficoltà più grande è stata invece la lingua locale (Lingala) che non mi è mai entrata e quindi mi parlano sempre in francese, che serve anche per la comunicazione tra le varie etnie locali.
La tua gioia più grande?
La gente di Makoua, attraverso l’attività della falegnameria e le mucche, posso stare con la gente, lavorare insieme a loro mi piace molto. E poi i bambini qui a Brazzaville, faccio più da “papà” ma non puoi proprio attaccarti come un padre perché poi se ne andranno. Io cerco di mantenere un certo distacco (non sempre ci riesco), anche per trattarli in modo uguale, senza preferenze, che poi creano problemi.
Hai mai desiderato un’altra missione?
No, sono troppo preso da questa! Ho pensato a volte di rientrare in Italia ma vedo le cose in modo diverso adesso: non sarei più capace di stare in un convento, a volte troppo ritirato dalla gente, ormai ho l’abitudine alla vita africana, in cui anche la casa dei frati è sempre “invasa” da chi passa, senza orari e senza citofoni.