A cura di fr. Michael Daniels
Dialogo interreligioso in Guinea-Bissau: camminare insieme per la pace
«Il dialogo interreligioso è un cammino indispensabile per la pace. Non possiamo permetterci l’indifferenza davanti alle differenze, ma si deve coltivare il rispetto e la mutua comprensione».
Le parole di Papa Francesco ci ricordano che il dialogo tra le religioni non è semplicemente un gesto di cortesia o di rispetto verso chi è diverso da noi. È un cammino concreto, esigente, capace di costruire ponti là dove rischiano di crescere divisioni, diffidenze e incomprensioni. In Guinea-Bissau ho avuto la possibilità di sperimentarlo personalmente.
Un cammino fatto di incontri
Già ai tempi in cui ero membro della Commissione Giustizia e Pace, ho iniziato a partecipare a diversi incontri con i rappresentanti delle principali realtà religiose presenti nel Paese: cattolici, musulmani, evangelici e rappresentanti della religione tradizionale. Erano occasioni preziose per conoscersi, ascoltarsi e condividere la responsabilità di costruire una società nella quale le differenze religiose non diventassero motivo di contrapposizione, ma una ricchezza da mettere a servizio del bene comune. Nel corso degli anni sono stato invitato più volte a questi incontri, che hanno trovato una sintesi significativa nel volume Voci per la pace e tolleranza – Dialogo interreligioso e prevenzione del radicalismo ed estremismo violento nella Guinea-Bissau. Si tratta di un contributo importante per rafforzare la pace e la convivenza armoniosa nel Paese e per affrontare insieme le sfide dell’estremismo e dell’intolleranza. Il dialogo, infatti, diventa particolarmente importante in un tempo segnato dalla polarizzazione. Incontrare l’altro, conoscerne la fede e ascoltarne la voce permette di superare pregiudizi e paure e di riconoscere ciò che possiamo costruire insieme.
Una presenza che non può mancare
Nel cammino di questi anni ho notato anche un cambiamento significativo. In alcuni dei primi incontri, noi cattolici eravamo gli unici a presentarci anche con alcune donne. Tra gli altri partecipanti la presenza femminile era invece molto limitata o addirittura assente. Con il tempo, musulmani ed evangelici hanno iniziato a dare maggiore spazio alla partecipazione delle donne. È un segnale positivo, ma il cammino non è ancora concluso. Durante un recente incontro, nel febbraio 2026, ho espresso una preoccupazione molto concreta: come possiamo redigere un documento sulla pace e sul dialogo interreligioso senza prevedere una reale partecipazione delle donne nei processi di costruzione e di mantenimento della pace? Tutti erano d’accordo. Ma sappiamo bene che, tra il dire e il fare, c’è ancora un cammino da percorrere. La pace non può essere soltanto dichiarata. Deve essere costruita insieme, attraverso la partecipazione e l’ascolto di tutte le componenti della società. E le donne non possono essere semplicemente destinatarie dei processi di pace: devono poter essere protagoniste del loro sviluppo e della loro realizzazione.
Un dialogo che richiede pazienza
Il dialogo interreligioso non è sempre semplice. Richiede tempo, ascolto e la capacità di fare spazio all’altro senza rinunciare alla propria identità. Richiede soprattutto pazienza. Per noi cristiani, richiede anche docilità allo Spirito Santo: lasciarci guidare da Lui per riconoscere nell’altro non una minaccia, ma una persona con cui condividere un tratto di strada. È un cammino nel quale la fede deve trasparire attraverso la verità, la speranza, l’amore fraterno sincero e una pazienza provata. In Guinea-Bissau ho imparato che il dialogo non si costruisce soltanto attraverso grandi dichiarazioni. Si costruisce negli incontri, nelle relazioni, nell’ascolto reciproco e anche nella capacità di mettere sul tavolo con franchezza ciò che ancora non funziona. La pace cresce quando impariamo a camminare insieme. E questo cammino, per essere autentico, deve avere spazio per tutti: uomini e donne, persone di diverse tradizioni religiose, comunità differenti.
Solo così il dialogo può diventare davvero una voce di pace e di speranza per la Guinea-Bissau.