A cura di fr. Franco Drigo
C’è una verità tanto semplice quanto decisiva: nessuno si dà la vita da solo. Non siamo fatti per bastarci, ma per incontrarci.
Fin dall’inizio, la nostra esistenza porta il segno di un “altro” che ci precede, ci chiama e ci plasma. La vita nasce lì: nella relazione.
Questa intuizione trova in me una risonanza profonda dopo i cinque anni di esperienza vissuti in Marocco e terminati in agosto. Mi sono convinto che l’identità non è mai qualcosa di fisso, ma prende forma nello spazio dell’incontro, del dialogo, talvolta anche del conflitto. L’altro non è un semplice compagno di viaggio: è la condizione stessa perché il nostro cammino esista. Eppure, viviamo in un tempo che ci spinge verso l’autosufficienza. Le relazioni rischiano di diventare funzionali, utili più che vere.
Pensiamo la vita come un progetto da costruire da soli. Ma quando ci chiudiamo, qualcosa si spegne: l’io si restringe, perde respiro. Il nostro essere francescani, la nostra tradizione nonché il pensiero di Papa Francesco custodito nella sua enciclica “Fratelli tutti” ci apre a un’altra logica: quella della fraternità. Francesco d’Assisi ha vissuto la sua relazione con Dio sempre attraverso volti concreti: il lebbroso, il fratello, il povero. Nell’altro riconosceva una presenza che lo chiamava ad andare oltre sé stesso.
Anche la missione, allora, cambia prospettiva: non è prima di tutto “andare per portare”, ma “lasciarsi incontrare”.
Il missionario non è chi possiede una verità, ma chi accetta di entrare in una relazione che lo trasforma. L’altro non è destinatario, ma interlocutore: qualcuno che ci rivela qualcosa di noi e di Dio. Ogni relazione autentica è un evento.
Non la controlliamo del tutto: ci espone, ci rende vulnerabili, ci sposta. Ma è proprio in questa apertura che la vita si allarga. L’incontro con culture diverse, poi, ci ricorda che la nostra identità non è rigida, ma viva. Non perdiamo noi stessi: scopriamo di essere più grandi, pur rimanendo minori.
Da qui nasce una domanda: la cultura si può esportare?
Se è fatta di storie, legami e significati profondi, non può essere trasferita come un oggetto. Senza relazione, si svuota. Per questo la missione non è esportazione, ma incarnazione: abitare un incontro, con ascolto, pazienza e rispetto. L’altro non è “terra da raggiungere”, ma “terra sacra”.
Forse tutta la vita è un cercare casa. Non un luogo, ma uno spazio di appartenenza, dove si è riconosciuti e si riconosce l’altro. Ma questa casa non si costruisce da soli: nasce dalle relazioni. Senza l’altro, non c’è casa. Senza l’altro, non c’è vita. La sfida è imparare ad abitare le relazioni come luoghi da accogliere, non da controllare. Accettare che l’altro resti anche mistero. Ed è proprio questo mistero a rendere viva la relazione. Per una spiritualità francescana, tutto questo si traduce in uno stile semplice e concreto: minorità, fraternità, prossimità. Essere minori, fratelli, vicini. In un mondo che costruisce muri, questo diventa profezia. Alla fine, la missione ritrova qui il suo cuore: non nei risultati, ma nella qualità delle relazioni.
Perché la vita è questo: un cammino in cui impariamo, poco a poco, ad abitare l’altro e a lasciarci abitare.