Ventuno anni fa, in Congo Brazzaville, fr. Angelo Redaelli moriva dopo un tragico incidente stradale. Aveva 40 anni. Nel giorno dell’anniversario, il nostro Centro Missionario ne ricorda la vita, la scelta missionaria e quel gesto finale che continua a raccontare il senso della sua vocazione: fermarsi davanti al dolore dell’altro. 

Era lunedì 12 settembre 2005 quando la notizia arrivò in Italia. Prima attraverso la Farnesina al Ministro provinciale dei Frati Minori, poi ai confratelli più vicini a fr. Angelo e alla sua famiglia, a Turate. Le informazioni erano ancora frammentarie e confuse. Poi, nel giro di poche ore, arrivarono le conferme dal Congo Brazzaville e la notizia fu diffusa dalle agenzie e dai telegiornali: un missionario francescano italiano era morto dopo essere stato aggredito dalla folla in seguito a un incidente stradale nel nord del Paese.

Fr. Angelo aveva 40 anni. Nato a Tradate il 19 maggio 1965, era cresciuto a Turate. Dopo il liceo scientifico si era iscritto al Politecnico di Milano, alla facoltà di Ingegneria. Fu proprio negli anni universitari che maturò la scelta vocazionale: diventare frate, sulle orme di Gesù e di Francesco. Nel 1992 emise la professione religiosa definitiva e nel 1995 fu ordinato sacerdote. Dopo alcuni anni di ministero, tra cui quello di cappellano presso gli Ospedali Civili di Brescia e altri incarichi nella Provincia francescana lombarda, nel 2003 realizzò il desiderio di partire per la missione. La sua destinazione era il Congo Brazzaville.

Una missione tra Vangelo e promozione umana

In Congo fr. Angelo operava tra Brazzaville, Makoua e i villaggi del nord del Paese. Evangelizzazione e promozione umana erano i due pilastri della sua attività missionaria. In una lettera del 21 giugno 2004 raccontava con entusiasmo la preparazione all’ordinazione del primo frate congolese della missione francescana: «Dopo quasi 13 anni i primi frutti si vedono…».

Dopo un periodo di formazione a Bruxelles, il 16 marzo 2005 era ripartito dall’Italia per il Congo. Aveva davanti a sé nuovi progetti e un lavoro che sentiva parte integrante della propria vocazione. Sei mesi dopo, la sua vita si sarebbe interrotta in modo improvviso e drammatico.

L’incidente e la scelta di fermarsi 

La mattina del 12 settembre fr. Angelo era alla guida di un fuoristrada diretto verso la zona di Brazzaville. A bordo viaggiavano altri otto religiosi, tra frati francescani e suore clarisse, alcuni dei quali congolesi. Dopo aver superato Owando, in un villaggio a una trentina di chilometri dalla città, una bambina di tre anni attraversò improvvisamente la strada. L’impatto non poté essere evitato e la piccola morì. Fu allora che fr. Angelo prese una decisione destinata a segnare per sempre il ricordo di quella giornata.

Si fermò e scese dal veicolo per soccorrere la bambina

Secondo le testimonianze raccolte nelle ore successive, gli altri religiosi lo invitavano a ripartire. Il rischio di una reazione violenta era concreto. In quella situazione, fermarsi significava esporsi. La reazione degli abitanti del villaggio fu infatti violenta. Fr. Angelo venne aggredito e colpito mortalmente con dei machete. Gli altri religiosi riuscirono a mettersi in salvo e a raggiungere il vescovado di Owando. Due morti, quella della bambina e quella del missionario, segnarono quel giorno di settembre.

Un gesto che racconta una vita

A distanza di 21 anni, quel gesto continua a essere uno degli elementi più significativi della memoria di fr. Angelo. Non perché la sua morte possa essere ridotta a quel gesto, né perché la tragedia possa trovare in esso una spiegazione. Ma perché quel fermarsi racconta qualcosa della persona e del missionario che era stato. Fr. Angelo avrebbe potuto pensare anzitutto alla propria sicurezza. Sapeva che, in quella situazione, fermarsi poteva essere pericoloso. Eppure, davanti a una bambina che aveva appena subito un incidente, scese dal veicolo per prestarle soccorso. È una scelta che si inserisce nella storia della sua vocazione: la scelta di essere vicino alle persone, soprattutto alle più fragili, e di vivere la missione non come semplice presenza in una terra lontana, ma come condivisione concreta della vita delle comunità.

Il ritorno a Turate

La salma di fr. Angelo arrivò in Italia il 15 settembre 2005 e fu portata a Turate, nella chiesa di San Giuseppe, la stessa chiesa dalla quale dieci anni prima era partito per la sua prima Messa. Il giorno seguente, 16 settembre, una grande folla partecipò ai funerali nella chiesa parrocchiale. A presiedere le esequie fu il cardinale Dionigi Tettamanzi, allora arcivescovo di Milano, insieme a numerosi frati, sacerdoti e ai vescovi presenti. Tra loro anche mons. Ernest Kombo, vescovo di Owando, nella cui diocesi era avvenuta la tragedia. Al termine della celebrazione, un sacerdote africano invitò i confratelli congolesi presenti ad alzarsi. Un canto africano accompagnò l’ultimo saluto a fr. Angelo. 

Ventuno anni dopo 

Ventuno anni sono trascorsi da quella mattina in Congo, ma la sua vicenda continua a interrogare il senso della missione. Fr. Angelo era partito perché aveva scelto di dedicare la propria vita al Vangelo e alla fraternità. Aveva incontrato bambini, famiglie, giovani comunità cristiane e confratelli con i quali costruire il futuro della presenza francescana in Congo. E l’ultimo gesto che conosciamo della sua vita missionaria è ancora quello di un uomo che, davanti a una persona ferita, si è fermato. In un tempo nel quale tante situazioni ci spingono a passare oltre, il ricordo di fr. Angelo conserva una domanda semplice e concreta: davanti al dolore dell’altro, siamo capaci di fermarci? È forse questo il modo più vero per continuare a fare memoria di un frate minore e di un missionario: non soltanto ricordando come è morto, ma raccontando per che cosa aveva scelto di vivere.

«Solo l’amore cambia» 

C’è un’ultima pagina della sua agenda che può forse aiutarci a rileggere tutta la vicenda di fr. Angelo. È una pagina senza data, accanto alla fotografia di una piccola chiesa africana. Vi sono soltanto quattro parole: “Solo l’amore cambia». È quasi tutto ciò che ci rimane scritto del suo cammino spirituale negli ultimi mesi. Il resto è silenzio. Un silenzio che non sembra vuoto, ma abitato dalla fiducia in quel Dio al quale Angelo aveva imparato ad affidare sempre più la propria vita. Qualche mese prima, in una delle rare pagine in cui parlava di sé, aveva scritto una preghiera semplice e radicale: «Insegnami solo a stare al mio posto e a lasciare agli altri il loro!» Era la scoperta di un uomo abituato a sentirsi responsabile di tutto, a mettersi sempre in prima linea, e che aveva imparato che anche l’amore sa fare spazio.

Eppure, nell’ultima mattina della sua vita, davanti a una bambina appena investita, Angelo si fermò. Non sappiamo cosa abbia pensato in quei pochi istanti. Sappiamo soltanto che scelse di non passare oltre. Quel gesto non spiega la sua morte e non cancella la drammaticità di quanto accadde; ma, riletto alla luce di quelle poche parole rimaste sulla pagina — «Solo l’amore cambia» — assume un significato ancora più profondo.  Forse è qui che possiamo raccogliere l’eredità più vera della sua vita. Non nei grandi progetti, né nella pretesa di risolvere tutto, ma nella disponibilità a lasciarsi condurre dal Signore e a riconoscere, giorno dopo giorno, dove l’amore chiede di essere presenti. Fr. Angelo era partito per il Congo pensando di fermarsi pochi anni. Vi trovò invece il luogo nel quale spendere fino in fondo la sua passione per il Vangelo, per la Chiesa e soprattutto per quei bambini e quelle persone che aveva imparato ad amare.

Ventuno anni dopo, quelle quattro parole possono diventare anche per noi una domanda e una preghiera: che cosa cambia davvero il mondo? Fr. Angelo sembra rispondere ancora dalla sua ultima pagina: solo l’amore. Un amore concreto, capace di fermarsi, di farsi vicino, di condividere la vita degli altri e, quando viene il momento, di consegnarsi senza riserve.

È così che la sua vita continua a risuonare: non come una storia da ammirare da lontano, ma come un invito a fidarci di Dio e a non passare oltre davanti al dolore dell’altro.