Il centro “P. Angelo Redaelli”, comunemente chiamato “Ndako ya Bandeko” (la casa dei fratelli), ha cominciato la sua storia nel 2004. È stato osservando i bambini e i ragazzi che avevano l’abitudine di chiedere dei soldi ai passanti del centro città come nelle stradine della capitale, che i frati francescani hanno deciso di aprire un centro di accoglienza. Ndako ya Bandeko rappresenta per me un bambino prezioso, di cui avere cura, un inizio della mia carriera nell’ambito del sociale che mi ha insegnato a conoscere il bene e il male così come la vera sofferenza del mio prossimo. Sono circa 21 anni che lavoro con i frati per accompagnare i poveri, avevo 25 anni all’epoca e oggi ne ho 46: è un da buon pezzo di vita che mi trovo in questa bella esperienza.
Inizialmente i frati avevano il progetto di aprire una struttura che desse una risposta immediata a questo bisogno concreto dei ragazzi di strada, per questo è stato necessario che all’inizio fr. Italo, fr. Adolfo e me stesso, andassimo a Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo) per avere una maggiore conoscenza di come poter pensare e gestire una tale struttura visto che a Kinshasa ce n’erano tante già da diverso tempo, mentre a Brazzaville la cosa era ancora agli inizi e non c’era che un solo centro gestito dai frati dello Spirito Santo.
A Kinshasa abbiamo passato una settimana dai padri Salesiani e poi ancora abbiamo visitato e vissuto per un po’ in diversi centri della città per vedere da vicino e renderci conto, per imparare e ascoltare, facendo questo di giorno ma anche di notte, visto che c’erano dei centri che funzionavano solo di notte e altri che funzionavano anche di giorno. È stata per me una bellissima esperienza. Una volta che ci siamo fatti un’idea generale di come funzionano le cose, siamo rientrati a Brazzaville per cominciare l’opera.
I frati hanno pensato installarsi per questo nel posto più vicino alla vita dei giovani di strada, nel centro città, trovando una casa in affitto nella quale ci siamo installati dopo aver fatto qualche lavoro di sistemazione della struttura secondo le nostre esigenze. Così, ogni sera, con fr. Adolfo e fr. Italo, andavamo nelle strade della città per incontrare i ragazzi, io avevo l’incarico di entrare in contatto con loro a causa della lingua. Per me è stata un’esperienza straordinaria quella di incontrare qualcuno di notte per strada, qualcuno che tu non conosci e con cui cominci a parlare. Per questo prima di cominciare chiedevo sempre l’aiuto del Signore perché non era cosa facile. Cercavo di far capire che non ero diverso da loro e che potevo condividere lo stesso loro cibo, abbracciarli forte forte tra le braccia, raccontarci delle storie e mi dicevo pronto ad accompagnarli nella vita che gli si apriva davanti in questa possibilità offerta di cambiare, di dare una svolta. Non volevo che si lasciassero andare allo sconforto nella loro situazione di strada, e per quanto avrei potuto, sarei stato per loro un papà, una mamma, un fratello. I ragazzi si sono cominciati ad aprire con me, mi raccontavano tutto ciò che vivevano, tutto e niente, ma io vedevo che avevo guadagnato la loro fiducia. Fu così che piano piano alcuni hanno cominciato ad affacciarsi al centro. Anzi, neanche tanto piano. Il giorno che annunciai loro l’apertura del centro, erano contentissimi e al mattino c’era una lunghissima fila dietro la porta della nostra nuova casa. I ragazzi venivano da tutti i quartieri della città: al mattino avevano la loro colazione, potevano lavare i loro vestiti ed io mi occupavo di tagliare loro i capelli e nei limiti del possibile di curare qualche ferita. La sera tornavano e c’era da fare la stessa cosa. All’epoca ero da solo come educatore ma vista la quantità di ragazzi, i frati decisero di prendere un’altra persona da affiancarmi e anche una donna che si sarebbe occupata della cucina. Io restavo un po’ il coordinatore delle attività interne e facevo del mio meglio per rendere il centro una bella casa: i frati non mancavano di incoraggiarci nel nostro servizio e noi cercavamo di rispondere agli imperativi del centro. Ogni giorno poi c’erano dei “casi particolari”, dei ragazzi che arrivavano molto malati, a volte con delle ferite molto vistose, frutto di litigi in città per qualcosa d’importante o a volte per ragioni molto superficiali; quando mi rendevo conto che non potevo farcela, mi recavo in ospedale con loro.
In seguito i frati hanno potuto aprire una casa più grande, dove i ragazzi vivevano come in una famiglia, perché fino ad allora il centro era semiresidenziale, cioè i ragazzi venivano la sera e ripartivano al mattino. Finalmente adesso potevano vivere e studiare, formarsi e imparare un lavoro, dimenticando il ritmo della strada. Ed io ero sempre con loro per accompagnarli, per iscriverli a scuola, per rispondere quando da scuola c’erano convocazioni per cattivo comportamento e implorare il direttore di perdonare ancora una volta i nostri ragazzi spiegando la situazione particolare da cui venivano.
I frati si sono molto coinvolti in questo servizio, organizzando il centro, dotandolo di una struttura, un impiego responsabile del tempo etc. questo mi ha anche dato un sapere necessario, un imparare a mia volta a dare un’organizzazione anche alla mia vita. Ho sempre fatto di tutto per imparare a partecipare attivamente alla vita di quest’opera. I frati ci inviavano spesso a fare dei periodi per strada per incontrare i ragazzi, dove facevo le stesse cose, cioè incontrarli, parlare, incoraggiarli, dargli delle cure e a volte da mangiare; in seguito, quelli che ne manifestavano la volontà erano accolti nel centro.
Vedere i ragazzi crescere e cambiare è stata per me un’esperienza formidabile, vedere come dalla strada si può ritornare in società, con delle competenze, un lavoro, delle nuove relazioni di amicizia. Il centro mi ha fatto crescere. I frati mi danno fiducia e anche i ragazzi. Non ho mai studiato psicologia, ma ho imparato a capire i ragazzi stando con loro. Con loro ho capito l’uomo, l’importanza delle sue relazioni e dei suoi sentimenti. Ho acquisito una conoscenza che s’inserisce nel mio zaino culturale e sono cosciente che non a tutti è dato poterlo fare. Per questo ne sono fiero e ne ringrazio il buon Dio. Ho imparato a fare del bene, a essere sempre accanto ai poveri. All’inizio nessuno mi ha incoraggiato, al di fuori dei frati. Tanti mi dicevano di lasciar stare, amici e parenti mi criticavano, dicevano che non era un lavoro nobile e degno di un uomo, solo mia madre mi diceva di continuare. Io ero però convinto che ce l’avrei fatta e che con questa svolta nella mia vita avrei potuto vivere bene, felice. Il poco che ho mi basta, non invidio niente a nessuno. Oggi quelli che mi criticavano sono dietro di me, e mi chiedono aiuto e dei servizi.
Grazie al servizio e alla vita condivisa con i poveri e con i frati, ho potuto viaggiare, sposarmi, avere una casa, una salute di ferro, una famiglia felice. I ragazzi del centro vengono spesso a casa mia, fanno parte da sempre della mia famiglia. Per me sono miei fratelli e miei figli. S’interessano a me, mi chiedono come gestisco la mia vita da sposato, come si vive con una donna accanto etc.
Mia madre è una santa e si chiama Felicità. È lei che mi ha inculcato l’amore per i poveri, più con l’esempio che con le parole. Nella mia vita non ho un ricordo di lei che non abbia a che fare con la vita dei più poveri, sempre sorridente e accogliente. Oggi lei ha un ruolo molto importante in un altro centro creato da un altro frate francescano italiano. È lei che prepara da mangiare, che fa la catechesi, ripetizioni nei compiti di scuola e quant’altro una mamma fa in ogni casa. Oramai da tempo lei vive in quel centro. Un centro che segue lo stesso ritmo del nostro. Con l’educatore di questo centro c’è una buona intesa e a volte ci scambiamo dei consigli. Abbiamo capito quanto sia importante stare vicino ai ragazzi e dire loro che non sono soli. In breve, tutto questo è una vocazione. Io spero che queste strutture crescano sempre più, sperando che ancora – come adesso – tanti che hanno trovato una vita grazie al centro, possano ogni tanto venire a dare una mano. Colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno aiutato e che aiutano economicamente i frati nella creazione e nel mantenimento di questa bellissima opera.
Willy, educatore del Centro