La presenza dei frati in Marocco, risale ai tempi di san Francesco, quando nel 1219 cinque frati furono martirizzati in questa terra.

Da quel momento i francescani hanno sempre cercato di mantenere la loro presenza in Marocco. Il loro lascia-passare, in questo angolo di Africa musulmana, è stato sempre il sostegno ai poveri e soprattutto ai numerosi prigionieri cristiani. Ora i frati continuano il loro apostolato tra gli ultimi, i prigionieri, i poveri, gli analfabeti, gli orfani; tuttavia, una fetta del loro servizio è anche dedicato ai cristiani che vivono in Marocco. Infatti, numerosi studenti dell’Africa sub-sahariana, scelgono di fare qui i loro studi universitari, per cui la Chiesa risulta molto giovane e viva. Riguardo Meknes, la prima comunità di frati si installa nel quartiere di via Driba negli anni Trenta del Novecento. All’epoca c’era una parrocchia, dedicata a Sant’Antonio da Padova, destinata a raggiungere i cristiani della zona e ad essere di sostegno ai più poveri che vivevano ai margini della città araba. Infatti, i frati scelsero di non abitare nella città nuova, costruita dal protettorato francese, ma di creare una comunità in un quartiere povero dove vivevano soprattutto marocchini. Questa scelta fu piuttosto originale, data la presenza di molti cristiani nella città nuova, ma non scoraggiò i frati che sull’onda di un nuovo spirito di inculturazione, decisero anche questa volta di scegliere gli ultimi e la periferia. Nel corso del tempo, la realtà intorno alla comunità si è evoluta e i fratelli allo stesso tempo hanno cercato di adattarsi al contesto per soddisfare le esigenze della popolazione.

Un punto cardine della comunità di Driba è sempre stata la preghiera. Christian de Chergé, monaco martire in Algeria, parla della sua missione tra i musulmani come un’esperienza di “oranti tra altri oranti”.

C’è una comunione speciale che la preghiera, di entrambe le religioni, riesce a creare in questa terra musulmana e che, ancora oggi, continua a dare senso alla nostra presenza qui.

Proprio grazie alla preghiera, i nostri vicini ci accolgono non solo come europei in terra straniera ma anche come uomini di fede che vanno rispettati nonostante le enormi differenze. In fondo, in questa terra, le parole con la quale possiamo gridare che Gesù è il Signore sono l’esempio della vita e la fraternità, due realtà carissime a san Francesco. Nel corso degli anni i frati hanno cercato di inculturarsi con varie “astuzie”; una di queste è stata quella di aprire un piccolo dispensario. Ricavando alcuni spazi nella loro casa, i frati iniziarono a fornire cure gratuite a chi ne avesse bisogno e a visitare i malati. Ciò permise un’immediata condivisione della quotidianità con i più sofferenti, tanto che ancora oggi, diversi anziani, ricordano le cure ricevute dai frati e come, in mancanza di medicine, usassero le cipolle e altri medicinali “vegetali”. Un passaggio importante per la comunità di Meknes è stato quello di aprire la casa per dare ripetizioni agli studenti che tornavano da scuola, in particolare a quelli delle scuole superiori. Infatti, essendo la maggior parte dei loro genitori analfabeti, i ragazzi non avevano altro aiuto che i frati. È stato questo il momento, data la realtà del quartiere, in cui agli inizi degli anni ’90 si è iniziato a pensare ad un centro di lingue e sostegno scolastico.

Da questa prima esperienza, le diverse generazioni di fratelli che si sono succedute in via Driba hanno cercato di mantenere due realtà come due polmoni: rimanere vicini alla gente, soprattutto ai poveri, e continuare l’avventura del Centro Sant’Antonio, dove un sempre maggior numero di persone si recavano sia per acquisire la conoscenza di diverse lingue, sia per la convenienza economica.

Oggi che cos’è il Centro Sant’Antonio per i marocchini? Bisognerebbe chiedere agli studenti: semplicemente per loro è il Centro “Mon Père”, una parola che ci parla di vicinanza e di fraternità. Che cos’è per noi il Centro Sant’Antonio? È il modo che abbiamo per vivere il Vangelo, per dare la nostra vita ed essere testimoni di un’altra Vita. Perciò attraverso uno stile di vita semplice e attento al contesto, i frati sono diventati una parte essenziale di questa strada. Nel corso del tempo, diversi marocchini hanno imparato non solo una o diverse lingue, ma grazie a questo Centro hanno avuto la possibilità di trovare un impiego, di cominciare degli studi, di trasferirsi all’estero. Potremmo dire, con termini evangelici, che questa via ha dato a molti l’opportunità di entrare dentro una novità di vita. Ancor più interessante è il fascino che questa realtà ha creato tra la gente, tanto che diversi studenti, dopo aver studiato con i frati, si sono offerti per aiutarli nell’insegnamento delle lingue e nella gestione di questo servizio. Ciò ha permesso loro, e ci permette tuttora, di vivere una vera e propria esperienza di condivisione, con questo popolo che ci accoglie, nella semplice quotidianità. Alla fine, questa esposizione all’incontro attraverso il tempo donato all’accoglienza o nell’insegnamento è il modo più semplice, il più povero, che abbiamo per raggiungere l’altro; un modo molto marocchino quando ci si accorge del numero di persone che attendono ovunque senza nessun problema! La povertà del nostro quartiere ci impone di mantenere il Centro come un luogo aperto a tutti, specialmente ai più poveri, e di non trasformarlo in un’accademia linguistica. Spesso ci ritroviamo preceduti dallo Spirito Santo, il quale ha già visitato questo popolo e ogni cuore marocchino. Noi possiamo solo collaborare con Lui e restare per grazia di Dio tra due assurdi: nell’urgenza della missione, disponibili ad essere usati dallo Spirito per testimoniare Lui; e nella pazienza di chi non pretende di vedere i sui frutti, ma di continuare a tessere relazioni come fraternità. Gesù dirà a Nicodemo che ‘”Dio ha tanto amato il mondo”, ora per noi questo mondo ha i contorni dei marocchini.

fr. Andrea Raponi