«Per amore di Sion non tacerò» è il titolo della riflessione che Fr. Massimo Fusarelli OFM, Ministro generale dei Frati Minori, consegna alla Chiesa e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà.
Partendo dalla drammatica situazione della Terra Santa e del Medio Oriente, il Ministro generale richiama il dovere di non restare indifferenti davanti alla sofferenza dei popoli, alla violenza delle guerre e alla negazione della dignità umana.
Un testo che è insieme preghiera, denuncia profetica e invito concreto a diventare costruttori di pace e operatori di giustizia.
Pubblichiamo di seguito la riflessione di Fr. Massimo Fusarelli OFM, Ministro generale dei Frati Minori, sulla situazione in Terra Santa e nel Medio Oriente.
Da lungo tempo mi accompagna una domanda: fino a quando è possibile tacere davanti al male che ferisce il mondo?
Come credente, come frate minore e come Ministro generale di una fraternità presente da secoli in Terra Santa, sento che è giunto il momento di parlare.
In questa riflessione affiora, da una parte, il timore di prendere posizione e il dubbio; dall’altra, l’imperativo evangelico di parlare a nome dei miei fratelli sparsi per il mondo, soprattutto per le situazioni che agitano ormai da anni il Medio Oriente, dove noi Frati Minori siamo presenti: da Israele alla Palestina, dalla Giordania e dal Libano alla Siria.
Sono stato più volte in questi paesi, anche negli ultimi anni. Ho incontrato madri che piangono i figli, famiglie costrette ad abbandonare le proprie case, persone che continuano a sperare nonostante tutto. Mi ha toccato in particolare la situazione dei giovani, che non vedono futuro e spesso desiderano solo fuggire. Come biasimarli?
Scene recenti hanno colmato la misura: in Israele e a Gaza, nel sud del Libano fino a Beirut, nelle ultime ore a Taybeh, tradizionalmente identificata con l’Efraim biblica nella quale Gesù si ritirò prima della sua passione.
Davanti alle migliaia e migliaia di bambini morti, alle vittime di una violenza che colpisce qualsiasi età e condizione, alla distruzione indiscriminata che fa terra bruciata, alla sottrazione delle terre e dei diritti dei popoli, sento di dover ripetere con il profeta che proprio perché amo, perché amiamo Gerusalemme e tutta quella terra — culla di popoli diversi fin dall’antichità più remota — non possiamo più tacere.
Mi assumo pienamente la responsabilità di queste parole, pronunciandole con timore e con libertà di coscienza.
Vorrei che tutti i popoli vedessero la giustizia e la gloria di Gerusalemme (cf. Is 62,2) e la chiamassero con un nome nuovo, che solo Dio può dare e che nessuna strategia umana potrà mai inventare.
Vorrei che nessuno chiamasse più Gerusalemme «abbandonata», né «devastata» la sua terra (cf. Is 62,4). E davanti alla distruzione totale di case e di persone la domanda sale forte e dolorosa: fino a quando?
Fino a quando il potere pretenderà di poter distruggere impunemente e pochi decideranno chi deve vivere e chi deve morire — i piccoli, i giovani a un rave, le famiglie in Israele, a Gaza, in Cisgiordania, in Libano?
Fino a quando i bambini continueranno a pagare il prezzo delle guerre degli adulti?
Fino a quando la legge del più forte sarà considerata più importante del diritto e della dignità umana?
E fino a quando questo accadrà anche in Ucraina e in tante altre parti del mondo, funestate da violenza, sopraffazione e guerre senza fine, ormai quasi divenute un valore in se stesse?
E fino a quando resteremo in silenzio, rassegnati alla banalità del male, impauriti dalle conseguenze di una parola di denuncia, forse soltanto per il desiderio di restare quieti e di non assumere il dolore del mondo?
Pellegrino tante volte in Terra Santa, ho imparato che quella terra ha una forza simbolica unica, per tutti. Noi cristiani non le siamo estranei: qui i nostri padri cercavano il volto di Dio, qui Cristo ha camminato, e qui la sua Chiesa lo testimonia ancora nel trascorrere del tempo. Nessun popolo vi è estraneo: né il popolo dell’Alleanza, né i discepoli di Cristo, né i credenti dell’Islam.
Abbiamo bisogno, allora, di sentinelle sulle tue mura, Gerusalemme, che non tacciano né di giorno né di notte, ricordando le promesse del Signore (cf. Is 62,6). E nemmeno al Signore vogliamo dare riposo, finché non abbia ristabilito Gerusalemme e non l’abbia resa il vanto della terra (cf. Is 62,7).
Non ci diamo riposo, Signore: come Frati Minori che continuano a restare in quella terra, da quando vi siamo giunti ai tempi di san Francesco d’Assisi. Fedeli ai popoli che la abitano – dediti alla custodia dei santuari e all’accoglienza dei pellegrini, alla pastorale e all’educazione nelle scuole, al dialogo, a opere sociali e culturali – vogliamo continuare a percorrere quella strada, a liberarla dalle pietre, a innalzare un vessillo di pace (cf. Is 62,10).
Non possiamo e non vogliamo restare neutrali, ma essere costruttori di pace, operatori di giustizia, capaci di denunciare il male da qualunque parte venga.
Nessuna ragione politica, religiosa, strategica o militare può giustificare la negazione della dignità inviolabile di ogni persona umana, senza eccezioni.
Scegliamo di restare, anche quando la nostra presenza potrà sembrare non più gradita. Scegliamo di restare con l’umiltà dei piccoli e con la franchezza di chi ha imparato da Gesù di Nazareth a dare a Dio ciò che è di Dio e a Cesare ciò che è di Cesare.
Non vogliamo restare neutrali neppure noi che non viviamo in Terra Santa, ma che l’amiamo e la facciamo conoscere nel mondo come terra di pace. Impariamo da tanti fratelli e sorelle che, con i passi della pace e della riconciliazione, calcano terre imbevute del sangue dei piccoli, dove risuona la tracotanza dei pochi prepotenti che pretendono di governare il mondo, sfidando l’unico potere: quello dell’amore di Dio onnipotente e misericordioso, che vuole la pace e la felicità di tutti i suoi figli.
Non vogliamo soltanto richiamare genericamente la pace, ma chiamare per nome ciò che la impedisce e può perfino renderla impossibile. Vogliamo porre parole e gesti di pace, prendere posizione restando accanto a chi soffre — di qualunque parte sia — alzando la voce perché i piccoli non siano vittime della prepotenza dei superbi.
Frate Francesco ci ha mandati nel mondo con una parola semplice: il Signore ti dia pace! Vogliamo continuare a gridarla e a realizzarla con la vita e con l’annuncio, insieme a donne e uomini di buona volontà.
Oggi la pace non può essere soltanto un augurio. Deve diventare una scelta, una responsabilità, una presa di posizione a favore della vita di ogni persona e contro tutto ciò che la umilia e la distrugge. Impegniamoci, ciascuno secondo la propria responsabilità, a trasformare questa scelta in gesti concreti.
In questo spirito e con fiducia, consegno queste povere parole a chi vorrà ascoltarle e ancora una volta la nostra stessa vita all’opera della pace e della giustizia. Nell’intercessione incessante saluto tutti nel nome del Signore e con viva fraternità.
Fr. Massimo Fusarelli, ofm
Ministro generale
Roma, 13 giugno 2026
Festa di Sant’Antonio di Padova, patrono della Custodia di Terra Santa
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